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La notizia dell’ornitologo olandese Leo Schilperoord, 70 anni, identificato come “paziente zero” del focolaio di hantavirus sulla nave da crociera Mv Hondius, apre domande che partono da lontano: cosa ci faceva in una discarica di Ushuaia, in Argentina, un birdwatcher esperto come lui?
Secondo le ricostruzioni, era lì per avvistare il caracara gola bianca, un necrofago, curioso, attratto dalle carcasse e dai rifiuti.
Proprio in quel luogo Schilperoord avrebbe contratto il ceppo andino dell’hantavirus, l’unico noto per la trasmissione da uomo a uomo.
Il contagio avviene per inalazione di particelle aerosolizzate provenienti da urine ed escrementi di roditori.
Il caracara gola bianca (Phalcoboenus albogularis) è endemico della Patagonia meridionale, tra Argentina e Cile.
E'uno degli uccelli meno studiati del Sud America, come ricorda un lavoro pubblicato sul Journal of Raptor Research.
Vive in ambienti aperti: altopiani rocciosi, scogliere, steppe andine e sub-andine, dalla provincia di Santa Cruz fino alla Terra del Fuoco.
E' proprio la passione che a volte porta l'ornitologo non solo dove c'è aria buona, creste luminose o valloni silenziosi, ma anche verso i margini scomodi del paesaggio: cave dismesse, discariche abbandonate, spiazzi dove il vento solleva plastica, polvere e piume.
Preso atto che non siamo in Argenina, anche qui da noi conviene evitare, in questi tempi, di addentrarsi in discariche dove ad esempio il gipeto scende a cercare ossa da spezzare.
Infatti in quei luoghi, insieme ai rapaci, si muove un’altra fauna, minuta e quasi invisibile: i roditori.
Si percepiscono nei fruscii, nelle tracce leggere sulla polvere. È da loro che arriva un rischio silenzioso: gli hantavirus, che si annidano nelle feci secche, nelle urine, nella polvere che il vento solleva e che respiri senza accorgertene.
Nelle discariche il confine tra vita e decomposizione è sottile. I rifiuti attirano i topi, i topi attirano i virus, e i virus restano sospesi nell’aria. Non serve il contatto diretto: basta un passo che smuove la terra, un soffio di vento che entra nella gola.
Dopo le prime segnalazioni, la prudenza diventa parte dell’esperienza: scegliere un punto alto e aperto, dove l’aria gira; evitare capanni chiusi, mucchi di rifiuti, carcasse fresche; coprirsi il volto quando la polvere si alza; non toccare nulla.
Muoversi sapendo che la natura non è solo bellezza, ma equilibrio fragile, e che ogni incontro, anche quello con un virus, fa parte del paesaggio.